• Ultima modifica dell'articolo:15 Maggio 1997
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da “IL SOLE 24 ORE” del 15 Maggio 1997

Uno sciopero sbagliato
di Sabino Cassese

Il Sindacato dei funzionari della carriera prefettizia, con l’adesione dell’Associazione dei funzionari dell’amministrazione civile del ministero dell’Interno, ha proclamato uno sciopero. La decisione è grave per tre motivi. Primo: i funzionari prefettizi (e specialmente i prefetti) rappresentano lo Stato: non possono, dunque, rivolgersi contro lo Stato stesso, senza perdere il loro connotato essenziale.
(continua a pag. 2)

Prefetti, uno sciopero sbagliato

Secondo: i funzionari prefettizi costituiscono lo strumento essenziale del Governo: non possono, dunque, scioperare contro il Governo, senza perderne definitivamente quella fiducia che, nei fatti, è l’elemento essenziale di un rapporto privilegiato. Terzo: in questo modo, il corpo prefettizio si omologa alle categorie vocianti che premono sul Governo e sul Parlamento, con la conseguenza che risulterà perdente, per la semplice logica dei numeri (che cosa potrà un corpo di circa duemila persone rispetto ad associazioni e corporazioni ben più numerose?).

Ritengo, dunque, che la decisione presa (probabilmente sotto la spinta dei più giovani, di coloro che, collocati in basso nella carriera, temono di vedere svanire le prospettive di guadagnare il bastone di maresciallo) sia sbagliata, perché finisce per danneggiare gli interessi di coloro che l’hanno promossa. È un vero peccato, perché queste vicende rumorose, nelle quali chi fa più chiasso pensa di vincere, fanno perdere di vista i veri problemi, che sono i seguenti tre.

Primo: le amministrazioni pubbliche italiane hanno bisogno di un ufficio di coordinamento e di riferimento provinciale, composto di generalisti. Anzi, direi che, più aumenta il particolarismo, più c’è bisogno di un ufficio che operi da asse portante, senza imporsi, ma promuovendo.

Secondo: il corpo prefettizio ha eccellenti tradizioni e ancora oggi riesce a raccogliere personale più qualificato della media dei dipendenti pubblici. Tuttavia, negli ultimi anni, è prevalso il “particolare”, si è andati troppo alla ricerca di posti, lo stesso declino delle funzioni prefettizie ha indebolito le qualità del corpo.

Terzo: il disegno del decentramento contenuto nella legge n. 59 del 1997 è ambiguo (e di questa ambiguità, forse, non si è accorto chi ha proclamato lo sciopero). L’ambiguità sta nel fatto che lo Stato centrale si spoglia della maggior parte delle materie di cui si interessa oggi, ma solo per la parte dell’attuazione, che passa alla sede regionale e locale. Resta allo Stato centrale il potere di decisione. Questa ambiguità —, che lascerebbe, forse, ampio spazio ai prefetti — costituisce, però, un costo, perché può condurre a duplicazione di uffici e ad accavallamento di funzioni.

In conclusione, è auspicabile che il corpo prefettizio, nel suo interesse, ma, principalmente, in quello dello Stato (che ha servito finora con dedizione), faccia un’accurata riflessione sullo stato dei fatti, sulle leggi approvate, sulle prospettive future, perché l’animosità è cattiva consigliera; è bene che esso non si unisca, nello stile e nelle richieste, a coloro che vanno all’arrembaggio dei poteri pubblici, ma si allinei con coloro che intendono riformare lo Stato, anche segnalando i loro errori. Sarebbe ora, infine, che l’Esecutivo non si limitasse a governare per editti: renda pubblica la sua analisi delle istituzioni provinciali e dei prefetti; indichi i suoi prossimi passi; si sottometta (con i “libri bianchi” e i “libri verdi”, che ormai ogni democrazia matura, ivi compresa la Commissione della Comunità europea, adopera) a un pubblico dibattito, ascoltando in modo ordinato la voce del malessere dei tsuoi servitori.

Sabino Cassese

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