• Ultima modifica dell'articolo:4 Gennaio 2016
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QUANDO IL PECCATO DI GOLA DIVENTA UNA COLPA. (Marino Niola, antropologo)
Una volta si diceva che siamo quello che mangiamo. Adesso invece siamo quello che non mangiamo. Vegetariani, vegani, fruttariani macrobiotici, smoothisti, crudisti, gluten free, no carb, carnivori, localivori. Pieni di dilemmi, ma non più onnivori.
L’Occidente si sta dividendo in una miriade di tribù alimentari. Ciascuna si identifica nelle sue passioni e ossessioni, totem e tabù. Tofu contro carne, soya contro uova, quinoa contro grano, curcuma contro sale. Una mutazione antropologica che è sotto gli occhi di tutti. Tanto che quando si invitano a cena gli amici bisogna aprire un file excel per incrociare allergie, idiosincrasie e manie di ciascuno per riuscire a trovare un menù che vada bene a tutti. In attesa che qualcuno scopra l’algoritmo della convivialità individualista.
Perché senza accorgercene siamo passati dall’antica regola del mangiare di tutto un po’, alla paura che in ogni cibo si annidi un nemico nascosto. E così la tavola, che per gli Italiani è sempre stata una passione, sta diventando un’ossessione.
Il fatto è che in una società come la nostra, il grande nemico non è più la fame, ma l’abbondanza. Che si porta dietro il suo minaccioso carico di sensi di colpa, fobie, ansie. Così latte e glutine diventano fantasmi epidemici, incubi allergenici. E nonostante la percentuale di intolleranze scientificamente accertate sia molto bassa, cresce esponenzialmente l’onda integralista dei rinuncianti. Come certi ayatollah del km zero, che si rifiutano di mangiare verdure raccolte da più di un’ora. O i Vegansexual, che si rifiutano di fare sesso con partner carnivori per paura di essere contaminati. O ancora gli adepti delle paleo-diete, secondo i quali dovremmo fare un salto indietro nell’evoluzione per tornare ad alimentarci come i cacciatori e raccoglitori preistorici. Carne e germogli, zero cereali. Dimenticando che l’aspettativa di vita dei nostri antenati preagricoli era inferiore ai trent’anni. E adesso torna in auge anche il digiuno. Che una volta era una pratica religiosa e serviva a rendere puri di spirito, a purgare la coscienza. Ed era stato cancellato dalle nostre abitudini assieme a molti altri precetti confessionali. Mentre ora si prende una clamorosa rivincita e si afferma come miracolosa misura salutista. La differenza è che una volta lo facevamo per Dio, mentre oggi lo facciamo per l’io. Il nostro insomma è un digiuno pagano. Elisir per la mente e per il corpo. Riequilibratore di energie. Esorcismo contro i radicali liberi sempre in agguato. Con il risultato di far cortocircuitare salute e salvezza, sicurezza alimentare e sindrome immunitaria. Così, mixando etica e dietetica, fioretti laici e ascetismi calorici, la ricerca del modello alimentare virtuoso è diventata la nuova religione globale. Che, come tutte le religioni nascenti, produce continue contrapposizioni, scismi, eresie, sette, abiure. Ciascun credo dietologico si ritiene l’unica via verso la salvezza. E verso l’immortalità. O almeno quel suo succedaneo che chiamiamo longevità. E che oggi è diventata il sogno e l’incubo di un Occidente satollo e pronto a pentirsi dei suoi peccati di gola. Così anticipiamo il giorno del giudizio e facciamo del dietologo una sorta di Dio giudice. O di Dio una sorta di dietologo improprio, che dispensa premi e castighi qui e ora. Ecco perché la dieta giusta non è più una misura di benessere, ma una condizione dell’essere. E siamo tutti alla ricerca dell’alimento salvavita, del toccasana alimentare per mettere a tacere la bilancia e la coscienza. Così a furia di cercare l’esorcibo, siamo scivolati nell’era di homo dieteticus.

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